Architettura Open Source

Architettura Open Source (Einaudi, 2014) è un libro scritto da un collettivo di quattordici autori coordinato da Carlo Ratti e Matthew Claudel. Tratta della progettazione aperta e collettiva, dei processi partecipati di costruzione, con l’intento di elaborare “un manifesto per l’architettura del XXI secolo, in perenne trasformazione”. In una condizione come l’attuale in cui, nel contesto mondializzato, l’architettura vive una sostanziale marginalità (per ragioni diverse nelle varie regioni), la prima domanda che ci poniamo riguarda la figura dell’architetto come autore. Nonostante le promesse della globalizzazione, l’architettura diviene sempre più produzione minoritaria dove la maggioranza, nella migliore delle ipotesi, assiste allo “spettacolo”, mentre l’edilizia continua a recitare da protagonista tendendo al fatidico 99%.

Se l’”architettura senza architetti” (Bernard Rudofsky) offre spesso le risposte più appropriate al bisogno di riparo e di confort dell’uomo, il progetto d’autore è imprescindibile per l’architettura pubblica, dove la comunità affida all’architetto la rappresentazione dei suoi principi e delle sue aspirazioni. Nelle pratiche però il confine tra autoriale e anonimo è piuttosto sfumato. È difficile, ad esempio, che un’architettura si realizzi in piena conformità al suo progetto; abbastanza improbabile che la sua utilizzazione non comporti alterazioni; praticamente certo che le trasformazioni che subirà nel tempo configureranno altri spazi, usi, attività: in definitiva altra architettura. Inoltre, le stratificazioni dell’ambiente costruito accolgono, in un processo di lunga durata, sia il progetto collettivo sia quello individuale.

La modificazione nel tempo è naturale e inevitabile, anche se all’architetto il contributo dell’utente durante il progetto continua ad apparire una limitazione della propria creatività. Rimettere l’architettura nelle mani degli utenti non è semplice e, come ricordava Giancarlo De Carlo, il fallimento è sempre dietro l’angolo. Una forma di mediazione è comunque necessaria per strutturare il coinvolgimento degli abitanti nella progettazione partecipata. Questa mediazione non può essere bypassata: occorre ripensarne il ruolo all’interno delle forme consolidate di organizzazione dell’ambiente fisico. Allora gli abitanti possono partecipare in maniera effettiva al progetto del loro ambiente di vita? Il libro risponde negativamente, ricordando l’esempio dell’”Oregon Experiment” tra gli anni ’60 e ’70, con la coordinazione di Christopher Alexander. Se la partecipazione non ha funzionato nel suo complesso, non è detto però che siano state esplorate tutte le possibilità di una mediazione non autoritaria e non demagogica tra autore e destinatario nel progetto di architettura.

Nell’epoca delle reti si diffonde un nuovo paradigma di connettività e di cooperazione. Interattivo e dialogico, Internet può essere un “laboratorio per un nuovo genere di progettazione”. L’open source delinea uno scenario nuovo – anche in senso politico – per la progettazione, ancorandola alla “economia della reputazione” più che all’economia monetaria, come è avvenuto nello sviluppo di Linux o di Mozilla Firefox. In una logica di apertura e gratuità, il successo di un prodotto o di un’idea passerebbe anzitutto per la quantità di persone che vi partecipano, condividendo servizi e strumenti originati da logiche alternative a quella di mercato. L’open source, le connessioni dialogiche, l’accesso ai social media riconfigurano in profondità la cultura e i modi di vita: con quali conseguenze sul progetto e sulla costruzione degli habitat? Difficile rispondere, visto che le potenzialità delle reti sono ancora largamente inesplorate in rapporto all’architettura e alla città.

Con la diffusione di strumenti come le stampanti 3d a basso costo, si ridefiniscono non solo i limiti tra digitale e fisico, bit e atomo, ma anche quelli tra progetto e realizzazione, con evidenti riflessi sul concetto di autorialità, sul diritto di proprietà (materiale e intellettuale), sul rapporto tra invenzione e riuso. I riferimenti nel libro a Creative Commons e Arduino sottolineano la multipolarità del processo ideazione-realizzazione-uso basato sul feedback, in una prospettiva però tutta da verificare nel campo di produzione del progetto di architettura.

Il progetto di un pezzo di hardware è infatti diverso da quello di un’architettura (nelle componenti, nei modi d’uso, nei segni, nei significati). Non regge quindi l’analogia, proposta da Ratti, tra open source e cultura consolidata del costruire (del tipo “architettura senza architetti”): un’architettura partecipata è anch’essa coinvolta nei processi tecnologici ad alta specializzazione ed evoluzione, e pertanto difficilmente riconducibile a un’idea romantica di costruzione spontanea e semplificata. Gli esempi citati come nuovi paradigmi (stampanti 3D e altri) sono significativi, ma hanno un peso ancora marginale nella concreta formazione dell’habitat. L’idea di un’autocostruzione consapevole, che annulli la “distinzione tra progettista e utente”, rimane un orizzonte ancora indefinito, anche perché questa distinzione è condizionata dall’uso esperto della tecnologia, in primo luogo per la sostenibilità (risparmio energetico, materiali e processi ecocompatibili, riuso, etc.).

L’architettura open source appare dunque ancora lontana. La tecnologia può realmente democratizzare l’architettura mediante l’abbassamento della soglia di accesso alla competenza a progettare e costruire, come ha fatto ad esempio YouTube per la produzione di video e, in genere, il web per la diffusione della fotografia e di altri dispositivi mediali? La straordinaria apertura del web ha senza dubbio modificato in profondità l’accesso a pratiche e territori prima riservati a determinati profili e procedure, ma l’estensione del campo non è di per sé sufficiente a trasformare le prospettive dell’architettura quale disciplina artistica nella quale coabitano visioni e pratiche plurali.

In un mondo in cui la qualità rimane l’unica ragione per far ricorso all’architettura, quale può essere lo spazio per un progetto collaborativo e partecipato? Se il web favorirà una progettazione-produzione aperta e democratizzata dell’ambiente costruito, non si tratterà certo della scomparsa dell’architetto, ma della convivenza di modi diversi di pensare e fare architettura. Probabilmente ciò sposterà il confine tra architettura “colta” e architettura “popolare”, ma non annullerà le differenze e le ragioni costitutive.

L’architetto tradizionale, il cui individualismo risulta già ridimensionato in un contesto di estrema specializzazione, potrebbe così diventare una sorta di mediatore, creatore di eventi, schemi e layout oltre che di progetti, spazi e forme, con il compito di organizzare anche la collaborazione tra esperti e abitanti. Una figura del genere, ammesso che nasca e si diffonda, difficilmente potrà scrivere la parola “fine” ad un processo complesso e potenzialmente infinito come l’architettura. In conclusione, Architettura Open Source mi sembra una stimolante ricerca collettiva che non suggerisce, però, scenari concreti per una futura architettura aperta e partecipata. Il cammino dell’open source appare ancora tutto in salita…

Luigi Manzione

La versione integrale di questo articolo è stata pubblicata su 011+ Independent architecture webzine:

Architettura Open Source. Verso (il ritorno a) un futuro vernacolare? – zeroundicipiù.it zeroundicipiù.it (zeroundicipiu.it)

WikiHouse, Manuale di istruzioni per il montaggio di uno Space Craft System. https://www.wikihouse.cc/
Elemental/A. Aravena, 4 Incremental Housing Projects http://www.elementalchile.cl/en/
Tatiana Bilbao S.C.’s design for Paperhouses, The Module House. Image Courtesy of Paperhouses https://wikifactory.com/+paperhouses/the-module-house